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033 ..:: 17.02.2026

Nella foto, alcuni Attestati e
Certificazioni Informatiche che non valgono più nelle
prossime GPS nonostante che a rilasciarle sono state gli
Enti accreditati e qualificati dallo stesso Ministero
dell'Istruzione.
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TRINITAPOLI - Negli ultimi anni la scuola italiana ha
vissuto una trasformazione profonda, spinta dall’urgenza
della digitalizzazione e dalla necessità di dotare docenti e
istituzioni di competenze aggiornate. In questo percorso,
migliaia di insegnanti hanno investito tempo, energie e
risorse economiche per conseguire certificazioni
informatiche considerate utili e riconosciute nel sistema:
LIM, Tablet, Coding, Information Technology e titoli
analoghi, spesso rilasciati da enti operanti nell’ambito
della formazione riconosciuta dal Ministero. Per molti non
si è trattato di un semplice “titolo”, ma di una scelta
professionale coerente con le richieste della scuola
contemporanea, con l’idea che la formazione continua fosse
non solo consigliata, ma valorizzata.
Oggi, però, quel patto implicito tra istituzioni e personale
scolastico sembra incrinarsi. Con l’avvio del nuovo impianto
normativo legato alle Graduatorie Provinciali per le
Supplenze – GPS – , si è aperta una frattura che rischia
di trasformare un investimento legittimo in un boomerang. Il
punto non è la direzione del cambiamento, perché
l’allineamento agli standard europei e l’adozione di
framework condivisi rappresentano un obiettivo comprensibile
e, in teoria, virtuoso. Il punto è il metodo, la rapidità
della transizione e soprattutto l’assenza di una tutela
chiara per chi ha seguito le regole precedenti.
La nuova disciplina, infatti, ridefinisce il perimetro di
ciò che viene considerato “certificazione informatica”
valutabile nelle GPS, introducendo criteri più stringenti e
agganciandoli esplicitamente ai framework europei DigComp
2.2 e DigCompEdu, oltre che a un sistema di
accreditamento specifico. Nella sostanza, ciò che era stato
acquisito e proposto come elemento spendibile nel percorso
professionale di un docente rischia di essere retrocesso o
reso inutilizzabile, specialmente per chi ha conseguito quei
titoli dopo la precedente finestra di presentazione e
valutazione. È qui che nasce il disagio: non tanto per
l’idea di innalzare lo standard, quanto per l’impressione
che la regola cambi “a partita in corso”, lasciando scoperto
proprio chi ha creduto nella formazione come leva di
crescita.
Il malessere si concentra su un nodo decisivo: la fiducia.
Se per anni è passato il messaggio che la formazione
digitale fosse un bene strategico, e se migliaia di docenti
hanno orientato scelte e spese in questa direzione, è
inevitabile che un cambio brusco generi un senso di
“ingiustizia”. Perché ciò che viene percepito come ingiusto
non è l’innovazione, ma l’asimmetria: ieri si incentivava
una pluralità di percorsi, oggi si restringe l’accesso al
riconoscimento. I docenti non contestano la necessità di
essere valutati su competenze solide e comparabili;
contestano di essere messi davanti al fatto compiuto, senza
un periodo di transizione realmente equo, senza criteri di
equivalenza comprensibili e senza indicazioni operative che
evitino interpretazioni difformi e contenziosi.
La questione riguarda anche l’ecosistema della formazione.
Il passaggio verso un canale di riconoscimento più rigido
non impatta soltanto sugli insegnanti, ma colpisce anche gli
Enti seri, affidabili e coscienziosi come l’ASSODOLAB
la cui sede nazionale è a Trinitapoli, nella Sesta Provincia
Pugliese, che per anni hanno costruito percorsi formativi
rivolti al personale scolastico. Se il sistema si sposta
verso un unico binario, la pluralità dell’offerta rischia di
ridursi, con un effetto a catena che può tradursi in meno
scelta, maggiore confusione tra corsi e certificazioni
effettivamente valide, e una corsa a titoli “nuovi” che, in
assenza di una comunicazione limpida, potrebbe alimentare
mercato opaco e disorientamento. Una riforma pensata per
fare ordine, insomma, rischia di produrre l’effetto
contrario se non viene accompagnata da chiarezza e
gradualità.
In questo contesto si colloca l’appello di ASSODOLAB,
che ha scelto la forma della lettera aperta e la
destinataria più ampia possibile: il Ministero
dell’Istruzione e del Merito, gli onorevoli deputati e
senatori, gli enti accreditati, le associazioni
professionali della formazione e tutti i soggetti coinvolti
nel sistema delle certificazioni informatiche per il
personale scolastico. La lettera aperta è del 16 febbraio
2026 e porta il numero di protocollo 503/2026. La
richiesta non è di bloccare il cambiamento, ma di
governarlo. E soprattutto di farlo senza lasciare indietro
chi ha investito seguendo le indicazioni e le prassi
consolidate negli anni precedenti. La domanda che attraversa
tutto il documento è semplice e al tempo stesso politica:
dove finisce la tutela dell’affidamento legittimo, cioè di
chi ha costruito il proprio percorso professionale sulla
base di regole e riconoscimenti che apparivano stabili?
La scuola, più di altri settori, vive di coerenza. Se si
dice ai docenti che aggiornarsi è doveroso, occorre
garantire che l’aggiornamento non diventi una scommessa. Se
si introduce uno standard più elevato, bisogna creare un
ponte credibile per arrivarci: strumenti di riconversione,
passaggi graduali, soluzioni che non trasformino
l’innovazione in una tagliola. Altrimenti il rischio è di
produrre un danno che va oltre i singoli punteggi: si
incrina la fiducia nel valore stesso della formazione e si
indebolisce la motivazione a investire su competenze che la
scuola continua a dichiarare essenziali.
È anche per questo che il tema chiama in causa la politica.
Non è soltanto una vicenda tecnica da addetti ai lavori, ma
una questione di equità amministrativa e di credibilità
istituzionale. Quando le regole cambiano senza una
transizione percepita come giusta, cresce la conflittualità,
aumentano i ricorsi, si alimenta la sensazione di precarietà
permanente, e la scuola — che dovrebbe essere il luogo della
stabilità culturale — finisce per riflettere un clima di
incertezza. L’invito che emerge dall’appello è quello di
aprire un confronto serio tra Ministero, enti, associazioni
e rappresentanze sindacali, per definire in modo trasparente
che cosa vale, che cosa non vale e come si tutela chi ha
conseguito titoli nel periodo di passaggio. Non si chiede un
privilegio, ma una regola chiara e una continuità
ragionevole.
Innovare è necessario. Allinearsi agli standard europei può
essere un passo avanti. Ma in un sistema già provato dalla
precarietà, la modernizzazione non può tradursi in un
azzeramento implicito degli investimenti formativi di
migliaia di docenti. La digitalizzazione della scuola, per
essere credibile, deve andare di pari passo con il rispetto
di chi la scuola la tiene in piedi ogni giorno. E se davvero
si vuole costruire un sistema educativo solido, la prima
competenza da certificare dovrebbe essere quella delle
istituzioni: capacità di cambiare, sì, ma senza dimenticare
la parola più importante in qualsiasi comunità
professionale, soprattutto quando si parla di formazione:
fiducia.
Agostino Del Buono
Redazione de La Sesta Provincia Pugliese
Supplemento di informazione online
agostino.delbuono@lasestaprovinciapugliese.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Alleghiamo la lettera di cui al Prot. 503/2026 inviata
dall'ASSODOLAB al MIM, agli onorevoli deputati e senatori
dell'attuale Governo, alle Associazioni professionali del
settore formazione, agli Enti accreditati e qualificati dal
MIM, ai soggetti coinvolti nel sistema delle certificazioni
informatiche del personale scolastico...
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