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092 ..:: 21.08.2026
Musica, teatro, autobiografia e inclusione nella
serata “Note Speciali, musica inclusione e comunità”. La
Compagnia Teatrale Il Giullare conquista il pubblico con uno
spettacolo capace di trasformare fragilità e diversità in
forza espressiva. Emozionato anche il sindaco: «Siete
riusciti nella cosa più difficile e più bella: farci
emozionare».
TRINITAPOLI – Ci sono serate d'estate che si ricordano per
la musica, altre per uno spettacolo riuscito, altre ancora
per la bellezza di un luogo. E poi ce ne sono alcune che
riescono a lasciare qualcosa di più profondo, perché
costringono chi guarda a interrogarsi, a riconoscersi negli
altri e, forse, anche a cambiare per qualche momento il
proprio modo di osservare ciò che lo circonda.
Quella vissuta venerdì 21 agosto al Parco Archeologico
degli Ipogei di Trinitapoli è stata una di queste.
Nell'ambito di “Storie d'estate”, il suggestivo
spazio all'aperto ha ospitato “Note Speciali, musica
inclusione e comunità”, con lo spettacolo teatrale e
musicale “IO – La Rinascita”, portato in scena dalla
Compagnia Teatrale “Il Giullare”.
Sul palco una ventina di interpreti. Uomini e donne
differenti per esperienze, sensibilità, capacità e
fragilità, ma uniti dalla stessa volontà di raccontare. Si
potrebbe dire che ognuno portasse con sé una stella diversa.
E proprio quelle stelle, insieme, hanno dato vita a una
rappresentazione intensa, delicata e a tratti sorprendente.
Non è stata una serata costruita intorno alla disabilità. È
stata, prima di tutto, una serata costruita intorno alle
persone.
Ed è forse questo il risultato più importante dello
spettacolo.
Gli attori non hanno chiesto al pubblico compassione né
indulgenza. Hanno chiesto attenzione. E l'hanno ottenuta
attraverso il teatro, la musica, la parola, il movimento del
corpo, il silenzio e una gestualità curata fin nei
particolari.
La rappresentazione ha attraversato il confine sottile che
separa il teatro dalla vita reale. Sul palco sono affiorati
vissuti, solitudini, paure, desideri, incomprensioni, cadute
e rinascite. Momenti che appartengono agli interpreti, ma
nei quali lo spettatore ha finito inevitabilmente per
ritrovare anche qualcosa di sé.
Perché la fragilità non riguarda soltanto qualcuno.
La fragilità appartiene, in forme differenti, a tutti.
Ed è proprio quando il teatro riesce ad abbattere quella
distanza invisibile tra chi recita e chi osserva che smette
di essere soltanto spettacolo e diventa esperienza
collettiva.
“IO – La Rinascita” è riuscito a farlo.
Musica, parole, autobiografia e teatro sociale si sono
intrecciati in una successione di quadri scenici nei quali
anche gli oggetti acquistavano un significato. Una sedia non
era semplicemente una sedia. Un telo non era soltanto un
elemento scenografico. Un ombrello poteva trasformarsi nel
simbolo di quella protezione che ciascuno, almeno una volta
nella propria vita, avrebbe desiderato ricevere.
Un riparo dalle cattiverie, dai giudizi, dall'indifferenza,
dall'invidia. Ma anche dalla solitudine.
E proprio l'immagine dell'ombrello è tornata nelle parole
pronunciate al termine dello spettacolo dal sindaco di
Trinitapoli, Francesco di Feo, invitato a raggiungere
gli artisti.
Il primo cittadino ha parlato senza nascondere l'emozione,
sottolineando come l'inclusione rappresenti ogni giorno una
sfida culturale che deve riguardare tutti i settori della
società.
Guardando il pubblico, ha ricordato di aver visto persone
commuoversi durante la rappresentazione. E ha utilizzato
un'immagine che probabilmente riassume meglio di qualsiasi
altra l'intera serata:
«Ogni stella era al suo posto».
Una frase semplice, ma capace di racchiudere il senso
dell'evento.
Perché venerdì sera le differenze non sono state cancellate,
nascoste o trasformate in qualcosa di cui avere pietà. Sono
rimaste lì, visibili, diventando parte dello spettacolo e
della sua forza.
Ognuno con la propria stella. Ognuno con il proprio modo di
stare sulla scena. Ognuno necessario all'altro.
Il sindaco Francesco di Feo, ha ricordato anche la
volontà dell'Amministrazione di costruire un cartellone
estivo capace di parlare a pubblici differenti: bambini,
giovani, adulti e anziani. Un programma nel quale fosse
possibile divertirsi, ridere e trascorrere una piacevole
serata, ma anche fermarsi a pensare.
E qualche volta, ha osservato, uno spettacolo deve riuscire
persino a dare metaforicamente “un pugno nello stomaco”.
Quello di venerdì sera lo ha fatto.
Non attraverso immagini violente o facili provocazioni, ma
mostrando quanto spesso siamo distratti davanti alle
fragilità che ci circondano. Quelle degli altri, certamente,
ma anche le nostre.
Ci sono persone che attraversiamo ogni giorno senza riuscire
realmente a vederle. Persone che giudichiamo attraverso una
condizione, una diagnosi, un comportamento o una difficoltà.
“IO – La Rinascita” ha provato invece a compiere il
percorso contrario: togliere l'etichetta e lasciare emergere
l'essere umano.
Il risultato è stato un teatro autentico nel quale, in
alcuni momenti, diventava difficile comprendere dove
terminasse l'interpretazione e dove cominciasse la storia
personale.
Ed è proprio questa autenticità ad aver raggiunto il
pubblico.
Particolarmente apprezzata anche la regia, capace di
attribuire significato ai movimenti, agli spazi, alle sedute
e agli elementi scenici, costruendo immagini nelle quali
ogni presenza trovava una propria ragione.
Niente sembrava casuale.
Una sedia vuota, una figura isolata, un gruppo che
lentamente si ricompone, un gesto di protezione: piccoli
segni capaci di raccontare molto più di lunghe spiegazioni.
Al termine sono arrivati gli applausi, lunghi e sentiti.
Ma ridurre la serata al successo di uno spettacolo sarebbe
probabilmente ingeneroso.
Dal palco del Parco degli Ipogei è arrivato infatti un
messaggio che va oltre il teatro e riguarda direttamente il
modo con il quale una comunità decide di guardare le
persone.
Inclusione non significa concedere a qualcuno uno spazio.
Significa riconoscere che quello spazio gli appartiene già.
Gli interpreti de “Il Giullare” non sono saliti sul
palco per dimostrare che, “nonostante” una difficoltà, fosse
possibile recitare, cantare o emozionare. Sono saliti sul
palco come artisti e come persone, mettendo a disposizione
del pubblico ciò che possedevano: talento, esperienza,
paure, ironia, sofferenza, energia e desiderio di
raccontarsi.
Forse è proprio qui che si trova la differenza tra parlare
di inclusione e praticare realmente l'inclusione.
In una calda sera di agosto, in uno dei luoghi più antichi e
suggestivi di Trinitapoli, un gruppo di uomini e donne ha
ricordato a tutti che la perfezione non è l'assenza di
fragilità. È la capacità di trasformare quelle fragilità in
relazione, espressione e bellezza.
E quando si sono spente le luci e gli applausi hanno
lasciato spazio al silenzio, qualcosa dello spettacolo è
rimasto nel pubblico.
Un'immagine.
Un ombrello aperto sopra qualcuno che ha bisogno di essere
protetto.
Una sedia che improvvisamente racconta una storia.
E soprattutto tante stelle differenti che, almeno per una
sera, erano esattamente al loro posto.
Come ha ricordato il sindaco Francesco di Feo,
rivolgendosi agli interpreti: «Siete riusciti a farci
emozionare. È la cosa più difficile da fare, ma è anche la
più bella».
Ed è forse questa la sintesi migliore di ciò che è accaduto
al Parco degli Ipogei di Trinitapoli, città della Sesta
Provincia Pugliese: non soltanto uno spettacolo da
vedere, ma una storia da portare con sé.
Natalia Del Buono
Redazione de La Sesta Provincia Pugliese
Supplemento di informazione online
natalia.delbuono@lasestaprovinciapugliese.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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