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Il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi: Conosciamo e analizziamo il ruolo di Amelia Grimaldi.

021..:: 29.06.2013

 

Nella foto, la soprano, Luciana Distante.

Proseguiamo questo «percorso musicale» a cura di Luciana Distante, soprano. E' una iniziativa dell'Assodolab riservata a coloro che amano la "buona musica" e gli "autori del passato" che ci accompagnerà per tutto l'anno 2013 su queste pagine web del nostro Supplemento di informazione on-line www.lasestaprovinciapugliese.it

La prossima uscita sarà il prossimo sabato.

La Redazione

Prof. Agostino Del Buono

 

 

Regione Puglia, LECCE..:: Simon Boccanegra (1857, Teatro La Fenice di Venezia), è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez. La vicenda politica e familiare raccontata nell’opera di Simon Boccanegra un tempo corsaro e divenuto poi primo Doge della Repubblica di Genova, si svolge nella prima metà del XIV secolo: egli aveva amato in gioventù la figlia di Jacopo Fiesco e da questa unione era nata una bambina, Maria, che gli era stata sottratta ed era poi improvvisamente scomparsa. Dopo venticinque anni Boccanegra riconoscerà la propria figlia in Amelia, adottata dalla famiglia Grimaldi (“Così nomata io sono”, canta la fanciulla) la figlia che credeva perduta per sempre, nata dall’estinta Maria, a sua volta figlia di Fiesco. La giovane ama, ricambiata, Gabriele Adorno, un aristocratico che cospira con Jacopo Fiesco contro il Doge. A Gabriele contende la ragazza Paolo Albiani, il quale chiede la sua mano: il Doge rifiuta però di dare in moglie Amelia a Paolo e questi si vendica progettando il rapimento della giovane. Paolo Albiani incita il popolo alla rivolta contro il Doge e cerca di convincere Fiesco e Adorno ad assassinare Boccanegra. Gabriele pare disposto a farlo poichè sospetta del rapimento di Amelia lo stesso Doge: la ragazza gli rivela però che Simon Boccanegra è il suo vero padre e Gabriele desiste dall’uccidere il Doge. Paolo Albiani, vista fallire la congiura da lui stesso ispirata, decide allora di avvelenare Simone.
Oltre vent’anni dopo, Verdi rimaneggiò profondamente la partitura. Le modifiche al libretto furono effettuate da Arrigo Boito. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 al Teatro alla Scala di Milano. Originariamente suddivisa in quattro atti, l’opera venne ristrutturata in un prologo (l’antefatto del dramma: la tragica morte di Maria e l’elezione di Simone al trono dogale) e tre atti .
Nonostante l’iniziale successo, il cammino del rinnovato Simon Boccanegra non fu agevole. Alla fine dell’Ottocento l’opera era nuovamente uscita di repertorio e il definitivo recupero fu merito della Verdi–Renaissance tedesca. Dal 1929 l’opera fu infatti inserita nei cartelloni dei maggiori teatri tedeschi con prestigiosi registi e interpreti, mentre nel 1932 trovò la sua consacrazione internazionale al Metropolitan di New York e negli anni successivi, sull’onda del trionfo americano, venne ripresa con successo in Italia: a Roma, Parma, Firenze, Bologna.
Simon Boccanegra è una di quelle partiture verdiane – come Macbeth e Don Carlos – che, al di là del loro valore artistico, difficilmente avrebbero potuto aver accesso alla popolarità nel corso dell’Ottocento, in quanto il soggetto non ruota intorno ad una grande storia d’amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà.
Incentrato sul tema della crisi di un sistema di potere e di affetti familiari, Simon Boccanegra finisce infatti per capovolgere i convenzionali rapporti di forza tra i personaggi: non solo il protagonista è il baritono, ma il suo vero antagonista non è il tenore (l’innamorato giovane e romantico) bensì il basso, mentre la donna contesa non è l’amante, bensì la figlia dell’uno (Simone) e la nipote dell’altro (Fiesco). Il cuore dell’opera è rappresentato da un intreccio fatale di odii atavici e fraintendimenti, in una cronica impossibilità di intendersi e comunicare. Le passioni torbide e irrisolte che animano quest’opera buia, complessa e tormentata, sono destinate a sciogliersi solo dopo che l’inesorabile trascorrere del tempo ne ha levigato l’asprezza, ovvero con l'approssimarsi della morte. Tra il prologo e i tre atti trascorrono ben venticinque anni, ed è suggestivo raffrontare questo scarto temporale con il lasso di tempo - ventiquattro anni: dal 1857 al 1881 - che separò nella realtà la nascita delle due versioni: si direbbe che lo stesso Verdi, per trovare il vero senso di questo dramma, abbia avuto bisogno di riconsiderarlo con uno sguardo retrospettivo, quello stesso sguardo che domina l’atto conclusivo dell’opera e lo rende così umanamente struggente.
Il colore complessivamente severo deriva sia dal largo impiego di uno stile vocale tra il declamato e l’arioso (quanto a dire dall’assenza di motivi orecchiabili: a nessuna delle arie è toccato in sorte di entrare a pieno titolo nel repertorio concertistico), sia dal predominio delle voci gravi e virili (Simone, Fiesco, ma anche i congiurati Paolo e Pietro, e lo stesso coro, per lo più maschile), cui si contrappone una sola voce femminile: quella luminosa e calda del soprano lirico che interpreta il ruolo di Amelia, la giovane donna tenera e gentile, coinvolta suo malgrado nel dramma esistenziale e politico degli uomini che l'amano e ne fanno oggetto delle loro contese.
Il protagonista, un plebeo dall’animo nobile provato in gioventù da un atroce dolore, canta nel registro vocale del baritono.
Più sullo sfondo si staglia la coppia degli innamorati, costituita da Amelia e Gabriele Adorno, il giovane patrizio dall'animo ardente ma leale (tenore). La loro limpida storia d’amore ha la funzione di creare un contrasto con le torbide, inespresse passioni, incancrenite dal tempo, che tormentano gli animi dei due antagonisti, segnalando in tal modo la distanza generazionale che sussiste fra i due mondi.
Figlia naturale di Simon Boccanegra e nipote di Jacopo Fiesco, Amelia è l’unico personaggio femminile dell’opera e la sua voce limpida di soprano spicca tra quelle maschili per delicatezza ed incanto.
Anche in questo caso, Verdi delinea il profilo di una donna complessa e in costante evoluzione che dal primo atto, ove appare innamorata, ansiosa e felice, diviene dapprima spaventata e poi addolorata nel terzo atto. É fragile, sensibile, affettuosa ma decisa nel difendere il suo amore.
Il pubblico però non ha mai accolto con eccessivo entusiasmo alcune pagine dell'opera. È questo il caso della soave cavatina di Amelia: "Come in quest'ora bruna". Secondo Gino Roncaglia, al brano nocque: "l'accompagnamento monotono e l'inutile cadenza". Stessa sorte è spettata al duetto tra Amelia e il Doge nel quale il motivo "Dinne perché in quest'eremo" ha già le caratteristiche eleganti e signorili dei motivi più belli di Don Carlo e al «racconto di Amelia "Nell'ora soave", che, con un sottile metodo psicologico di rappresentazione, incomincia calmo, e si rompe e frammenta quanto più il ricordo dell'offesa e del pericolo passato agita e commuove la narratrice».
 

 

Luciana Distante

 

 

 

 

 

 

 

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